E KECHICHE SI RITUFFA NELLA MAGIA DELLA VITA

Ogni scena filmata da Abdellatif Kechiche sembra un frammento di vita rubata alla realtà, e portata sullo schermo, come un piatto di couscous ancora caldo. Al festival di Locarno il regista franco-tunisino, Palma d’oro a Cannes con “La vita di Adèle“, porta in anteprima, in concorso, “Mektoub, My Love: Canto Due“. In realtà, è il terzo capitolo di un racconto cinematografico che si snoda negli anni. Era iniziato nel 2017 con “Canto Uno“; il secondo capitolo, “Mektoub, My Love: Intermezzo“ era stato realizzato nel 2019, ma era uscito con mille difficoltà solo nel 2022. Raccontava una notte in discoteca che sembrava infinita, fra tensioni, rivelazioni, sesso. Anche “Canto Due“ ha vissuto enormi difficoltà produttive, tre anni di lavorazione. Kechiche ha sofferto, nel frattempo, di un ictus.

Nel film ritroviamo dopo anni gli stessi protagonisti, adolescenti divenuti, nel frattempo, venticinquenni. Francesi di origine araba, vivono a Sète, sud della Francia. Uno di loro, AminShain Boumedine, bravissimo – torna dopo gli studi a Parigi: sogna di fare il cinema. E in quel paesino si ferma l’auto di un produttore americano, con la moglie attrice. Qualche cosa scatta nella narrazione. Ma intrecciate alla vicenda dell’incontro con la star americana, ci sono le storie dei ragazzi franco-tunisini. Amin è al crocevia di tutte le storie: lui osserva, e ci accompagna a scoprire tutte le tensioni dei personaggi. Mentre la narrazione corre verso inattesi colpi di scena. Kechiche gira meravigliosamente, in un modo che ricorda i film di Eric Rohmer, fluidi, apparentemente evanescenti, ma densi e rivelatori. E filma in modo carnale i corpi e il cibo. E si balla, corpi che prendono la parola. “Mektoub, My Love: Canto Due“ è un film bellissimo: è come se tu fossi lì, fra quei ragazzi, come tu non li avessi lasciati mai.

Giovanni Bogani

2025-08-09T03:43:53Z